You are currently browsing the daily archive for Novembre 14th, 2007.
Ieri sera prima di andare a nanna mi sono dedicato alla consueta lettura pippone che mi accompagna al sonno. Tra le note dei Madrigali di Gesualdo riprodotti dall’iPod ho sfogliato la Storia della Sicilia medievale e moderna di Denis Mack-Smith, testo che qualsiasi siciliano che studia storia deve sapere. Mi sono soffermato nella descrizione del periodo corso tra la morte di Federico II e la presa del regno di Napoli dagli aragonesi. Vicende che in generale già conoscevo; che, oltre a farmi ritornare mentalmente nei paesaggi natii, mi hanno suggerito, latamemte, come al siciliano non piaccia ciò che ha. Cioè come l’insoddisfazione per una tale reggenza esterna sia tale all’insofferenza per un’amministrazione interna. Il siciliano lotta per qualcosa che non ha senza sapere cosa vuole. Poi si stanca, accetta tutto ciò che gli si propina, prescindendo dal bene o male che sia.
«I siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di esser perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se si tratti di Siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta assenza del nulla; calpestati da una decina di popoli differenti essi credono di avere un passato imperiale che dà loro diritto a funerali sontuosi». (G. Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Milano 1971, pp. 125-126).
Così il principe. E così sono i siciliani, tout court. Disillusi, utopisti, folli, arroganti, cocciuti: definiamoci come vogliamo, tutto va bene. Ma quantomeno siamo onesti e ci rendiamo conto di quel che siamo.
Penso poi, sempre iPod adiuvante, ai viterbesi. I viterbesi di Viterbo, non della provincia ma neanche di S. Martino al Cimino (che sta alla città come Ganzirri sta a Messina o Mondello a Palermo). E poi, sempre più stringendo, i viterbesi cresciuti e viventi a Viterbo, anche se nati altrove, Acquapendente, Morlupo, Roma o Zurigo che sia.
I viterbesi così definiti, porelli, accusano un notevole complesso di inferiorità nei confronti della Capitale. Ciò porta la totale chiusura all’esterno. Non accettano ciò che è diverso da loro, sono propensi alla lite e al non dialogo. Grandi dissimulatori, ottimi opportunisti. Apparentemente sono una bella gente, in realtà sono pochi di cervice. Si sentono grandi, bravi, capaci… Viterbo, ahimè, è una città con una storia di totale sottomissione alla volontà della potenza, in questo caso la Chiesa di Roma, non ha mai avuto una qualche preminenza se non sul circoscritto territorio della Tuscia. Ciò che manca al viterbese è la cognizione del suo esser nulla nel mondo. Viterbo è una città di provincia, che dico, un paese di provincia, e in provincia di Roma. E i viterbesi pagano, non vogliono riconoscersi per quel che sono. E così riducono la loro città a frazione della Capitale.
«Vengono per insegnarci le buone creanze ma non lo potranno fare, perché noi siamo dèi» (Ivi, p. 125).
Quantomeno qualcuno prova a migliorare la Sicilia e i siciliani, pur non riuscendoci. A Viterbo neanche questo: non la calcola nessuno.



