Devo innanzitutto chiedere scusa ai miei lettori. Scusa, perché ho promesso di postare una sorta di diario di viaggio, e non l’ho fatto. Non l’ho fatto perché i viaggi Made in University of Tuscia sono un massacro. Giornata tipo: sveglia alle 7.30 – 8.00, mattinata a girare e spiegare o ascoltare, pausa pranzo risicatissima, pomeriggio idem mattina, cena alle 20.30, serata – necessariamente a questo punto – a divertirsi.
A parte questo ritmo da tour de force, effettivamente già comprensibile dal programma cui però non volli amaramente credere del tutto, il viaggio di studio a Istanbul è stato innegabilmente interessante e formativo, non solo didatticamente.
Istanbul è una città moderna, anche nel centro storico, con parecchie brutture. Ciò non leva che le emergenze storico-artistiche siano eccezionali. Ad ogni modo le prime cose che mi hanno colpito sono state l’estrema pulizia della città, soprattutto nelle zone più turistiche e centrali, e il terrificante traffico automobilistico nelle strade: non c’era né una cicca per terra né un tagliandino di carta, i giardini erano curatissimi; d’altro canto per strada vi era l’anarchia pura, gli automobilisti (e soprattutto i tassisti) non si curavano neanche del passante che attraversava (figurarsi me che sono trasparente e non guardo quando attraverso…).
L’albergo in cui ho soggiornato, il Sude Konak, è a un passo da tutto: dai monumenti, dai mezzi di trasporto, dal porto. Ma la vista strabiliante dalla terrazza sul Bosforo da un lato e sull’Hagia Sophia dall’altro non giustifica la piccolezza delle camere. Per carità, pulitissimo e con personale cordialissimo, anche con una cucina, purché turca, discreta.
L’approccio però non è stato dei migliori. Prima visita è stata alla Moschea Blu (Sultanahmet Camii): indubbiamente suggestivo è stato lo scoprire per la prima volta in vita mia la religiosità islamica e le peculiarità delle strutture di culto musulmano, la vera bellezza e misticità di tal luogo, ma il maleodore che proveniva dalla moquette della moschea, impregnata degli umori dei piedi sudati di tutti i fedeli e i turisti che vi passavano sopra, dimenticherò difficilmente. Dopo l’estenuante puzza, e di questa si trattava, è stata la volta della piazza che sorge sul luogo in cui fino a settecento anni fa vi era l’Ippodromo: emozionante, dopo averlo lungamente e analiticamente studiato, è stato vedere l’obelisco di Teodosio. Peccato per il vento gelido. Partiti convinti di un piacevole clima primaverile, l’allegra combriccola viterbese si è trovata a patire in quel luogo il freddo, tanto freddo, della sera costantinopolitana.
Il giorno dopo è stata la volta del Topkapi, la residenza del sultano fino al 1922, quando la Turchia si è trasformata in una repubblica apparentemente democratica e Istanbul ha perso il ruolo di capitale amministrativa a favore di Ankara, pur rimanendo la capitale morale, culturale ed economica del paese. Il Topkapi è un insieme di plessi all’interno di un grande parco situato sul promontorio della Corno d’Oro, affacciato da un lato sul Bosforo e dall’altro su un’ampia insenatura. Dal parco un panorama innegabile; nei palazzi una grande profusione di bellissime maioliche a fondo blu e verde, coloratissime decorazioni aniconiche sulle volte e sulle pareti, affreschi di paesaggi barocchi, elaborate inferriate, infiniti tappeti, collezioni di gioielli superbamente ricchi, abiti a noi strani.
Quindi il primo contatto con l’arte bizantina: il complesso del Pantokrator, nella zona alta e periferica della città antica, ora inglobata nella megalopoli. Sconvolgente è stato il notare le case semidistrutte nelle immediate adiacenze di quel che resta della chiesa comnena-mausoleo ormai moschea, la sola struttura architettonica e un pavimento in sectilia coperto da tavole in legno e moquette verde, ma ancor più sconvolgente è stato sapere che c’era gente che vi abitava dentro, in quella fatiscenza pura. Poi la Fener Isa Camii, un tempo chiesa del monastero di Costantino Lips.
Poi presso le mura teodosiane, esattamente a quel che rimane dell’antica Porta Dorata di Costantinopoli: entrati nell’ampia area quadrangolare circondata da mura, un baluardo, ecco il suono di un lamento che circolava attorno e faceva eco all’interno: era il suono del canto lamentoso dei muezzin; sentirli così, tanti e in contemporanea, nello stesso tempo scoordinati e corali, era da sgomento, per la mistica misteriosità di una religiosità sicuramente più sentita della cattolica. Ho pensato in quel momento che fosse paragonabile al suono delle campane preso il mondo cristiano, per poi ricredermi. Il canto del muezzin ti avvolge, ti penetra, ti fa credere di essere un punto nullo nel tutto che esiste. Viste quindi le mura, le enormi mura e, toh!, trovati a terra due rocchetti di colonna di porfido, quasi buttati là come una vecchia lavastoviglie. Peccato che il porfido è difficilissimo da reperire, per la difficoltà di estrazione. Mai visto del porfido usurato lasciato alle intemperie, non credo si ripeterà più.
Continua…




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