Sono a letto, sento uno strano rumore di oggetti vitrei e metallici che si muovono.

“Davide sei te?!”

“No Guido, io so’ fermo”

“Bene, sarà il gatto?!”

“Mica il gatto si arrampica sulla libreria!”

Iniziano a muoversi letti e mobili…

“Da’, è un terremoto…” “Subito sotto i pilastri…”

“C’è il giardino, usciamo..”

Esco, usciamo, il gatto miagola, cani abbaiano come matti, antifurti suonano.

Ho la non so come impressione che sia successo un qualcosa di terribile. 

Morlupo, ore 3.30.

 

Finito tutto, mi rimetto a letto. Chiacchero con Davide: gli dico che penso sia successo qualcosa di pessimo a L’Aquila, troppe notizie recentemente su scosse sismiche, oltretutto Morlupo non sta in zona sismica, e gli Abruzzi sono effettivamente vicinissimi, il Gran Sasso lo si vede dal giardino.

Rimango sveglio, ho paura, non ho avuto il coraggio di cercare notizie in tv o su internet. Mi addormento, forse sono le quattro, o le cinque, o oltre. Alle otto citofona la mamma di Davide: c’è stato un terremoto bruttissimo a L’Aquila, e ci sono non pochi morti. Prima cosa che penso è il 1908, cento anni e tre mesi fa. Il terremoto, forse, ce l’ho nel DNA. Poi un Requiem. Mi riaddormento e mi sveglio.

Tv: in L’Aquila rivedo Messina, ho la pelle d’oca e il cuore in gola. Povera gente, povera città. Internet: monumenti e chiese distrutte. Al peggio non c’è mai fine.

Che non faccia la fine di Messina: una città, nolente, privata della sua memoria. E con una precarietà che da cent’anni non è mutata.