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Mia diletta figliuola,
ti scrivo pubblicamente per manifestare la mia compiacenza (e somma godura) alla tua recente nomina di maddalesca accompagnatrice. Sappi, mia cara, che si tratta di onore e non onere l’investitura a cotanto grado. Innanzitutto devi prender coscienza di far parte dell’imperscrutabile disegno della nostra bionda. Mica è stata chiamata la prima sciaquetta a disposizione. Che io sappia, sarete in tre ad esser promosse a tale ruolo. Tre fulgidi esempi di virtù a lei assimilabili. Tutte e tre amanti del bello, tutte e tre distinte giovini, colte e intraprendenti (certo, non potete ballare tutte quante la danza della panza, una ne basta). Esser da lei scelte è una beatificazione. Ed anche un martirio. Perchè sapete che dovrete affrontare Scilla e Cariddi pur di non deluderla. Pur di apparire nel vostro massimo fulgore.
E martirio sarà, quando mercoledì mattina un tuo e vostro perverso amico vi torturerà con le più assurde richieste. Di un attaccapanni, di una cartellina, di un posto, di un pannolone, di una bibita e qualsiasi cosa mi gli passi in mente. In confronto stirare le palandrane dell’altra altissima sarebbe una scioccheziuola. Ma ci sarà anche chi vi apprezerà, per tutte le vostre belle virtù (?).
Ed è per questo che dovrai, che dovrete, apparire più rutilanti della norma. Che vada a farsi fottere la sobrietà. Tu proponi le perle: direi troppo formali, troppo da prima dama (e oltretutto vecchia e babbiona) in visita al papa appunto, ma non come dici tu di vicinanza al soglio. Ti sbagli. Le perle sono in questi casi simbolo di devozione, e basta. E qui non ci vuole devozione, ma primazia. I punti luce li eviterei, sarai impegnata di giorno, e sempre che tu non voglia sembrare una mignotta sulla Tiberina o un’agente Tecnocasa ti consiglio di evitarle (anche perchè, conoscendoti, non si tratterà di semplici punti luce, ma di lampadari). Non sarebbe brutta una tonalità di blu. Ma assolutamente no il turchese. Mica siamo in spiaggia, sai? Proporrei il lapislazzuli, intenso, con qualche venatura solforosa, gialla, allegra.
Tra le tue proposte mancano ametista, ambra e avorio. Male. Malissimo. L’ametista è donna, algida e calda al tempo stesso. L’ambra è elegante a qualsiasi ora, sempre signorile e abbinabile. L’avorio è perfetto per il dì, sia di festa sia non, ed impareggiabile.
A questo punto scelgo il corallo, ma con una domanda. Che tipo di corallo? Rosa dello Stretto? Rosso australiano? Bianco? Eheh, amica mia, sii più precisa. Perchè se bianco te lo sconsiglio, sa di perla; se rosa può andare, ma è così naturalmente elegante che mi sembra eccessivo per il giorno, se rosso è perfetto, la giusta commistione tra serio e faceto, acceso vivo e statico schiattato al tempo stesso. Ineccepibile per tutte le evenienze. E soprattutto, se di ottima natura e lavorazione, assimilabile al rosso della fascia marezzata del cardinale (sempre che lui e i suoi colleghi vengano in talare).
Nonostante ciò la cabina di regia, che non è l’Altissimo ma per certi versi quasi Lo raggiunge, suggerisce le perle. Non chiedermi perchè, anche perchè non condivido.
Infine ti auguro ogni fortuna nello svolgimento del tuo incarico. Con reverenza,
Inutilis Messanensis
Il bosco delle fragole (Bene, nel titolo già si prefigura un’ossessione freudiana dovuta a carenze affettive)
Tra di noi chi paga sono solo io (eccerto, te sei il solito cojone che pur di tenerti stretta una venderesti pure tua madre)
e del resto non fa nulla (beh, non ci erano dubbi, non ti immagino capace di fare alcunchè se non mugugnare)
forse forse erano meglio le fragole (alias le mignotte, tanto di pagare paghi lo stesso, ma in proporzione tre a settimana ti costano meno di una per una vita)
tu ti eri solo perso. (alt! A chi si sta rivolgendo? Alla moglie? A sè stesso? A un camionista bulgaro? E poi perso dove? Per cosa? Già non ci capisco più una cippa lippa, e siamo al quarto verso)
Sono bello sono bellissimo (l’importante è esserne convinti)
sono bravo sono bravissimo (infatti là dovevi andare a cantare, oppure a far qualcosa di utile, tipo fare chiavi)
sono solo sono solissimo (non ti chiedi il perchè, bestia?!)
però poi mi sono dato un limite (ovvio, l’anno scorso volevi una vita tranquilla, almeno non smentirti ciccio)
non ho spinto più sulle favole (basta film porno)
sono rimasto solo senza alibi (oddio, una parola desueta a Sanremo, ‘alibi’…)
e ho sognato un bosco senza fragole (cioè?! Un porto senza mignotte?! Un rapporto non consumato?! Il rosso nel conto in banca?!)
e son caduto su di te. (dentro di te)
Pene dell’inferno per me (Eccerto, da che strombazzavi a destra e a manca disinteressatamente, eccote qua le manette! Anche se forse pure quelle te sarebbero piaciute)
non voglio pene senza fine per te (doppio senso, ce l’ha piccolo)
ma solo bene e certezze per te (della serie che te regalo l’aziendina del papi)
non ho non è non ha non ho. (bene, sa gli ausiliari, me ne compiaccio)
Sono cane cane canissimo (Dio!!! Grazie per averlo illuminato!!!)
sono furbo furbo furbissimo (Ecco, hai rivolto il Tuo sguardo altrove… Perchè?!)
sono solo solo solissimo (arichiedete il perchè)
però poi mi sono dato un alibi (a questo punto desumo che la mattina del giorno in cui ha scritto sta canzone, il cantante ha aperto il Devoto Oli a caso per mettere nel testo una parola importante.. ed ecco ‘alibi’… un po’ come ‘empatia’ l’anno scorso con L’Aura)
la paura paura di vivere (questa è da incorniciare, ecco il fil rouge delle sue comparsate sanremesi: la paura dell’ineluttibile presente, la disperazione imperterrita, e chi più ne ha più ne metta. Ora dico io, se hai tanta paura, perchè non te ne stai bel bello a casa?)
non posso star solo senza vincere (infatti ti hanno eliminato al prima sera)
perchè morir senza le fragole (beh, allora sei un fallito)
e son caduto su di me (onanismo)
delusa? (no, esausto)
Pene dell’inferno per me (brucia)
non voglio pene senza fine per te (ma dai, un po’ falla soffrire, almeno ce divertimo un po’)
ma solo bene e certezze per te (eccerto, conoscendoti pirla sarà un’arrivista non da poco che ha trovato il pollo)
non ho non è non ha non ho (l’abbiamo capito, così come chi legge ha capito che odio i ritornelli)
Pene dell’inferno per me (e vacce, suvvia!)
non voglio pene senza fine per te (certo, l’isterectomia è meglio che la faccia un medico)
ma solo bene e certezze per te (l’unica certezza che ho è che non comprerò il tuo cd)
non ho non è non ha non ho (ahhhhhhhhhhhhhhhh è infinitaaaaa)
Non è non è non è che non ti capisca (no, siamo noi che non capiamo te)
però però non ho tempo (però il tempo per smarrugiarci le balle ce lo hai avuto)
domani domani domani chi sa? (di certo non ricommenterò la tua canzone… và a comprare un trilogy a sta povera disperata e scompari)
Beh, alla fine rispetto alle altre canzoni che ci propinano questa mica è male…
Dedicato a tutti coloro che vivono una vita tranquilla, a coloro che la cercano, ai depressi cronici, alle persone troppo felici che necessitano un po’ di sana depressione per riportare i piedi per terra, ai vari Tricarico che stanno in giro (che amabilmente soprannominerei TI-CARICO, vedasi titolo), a tutti i fidanzati dolcemente patetici che mi fanno salire il diabete e a Maryl, con cui tanto ho discusso di questa canzone.
- Tricarico
- Recensione (positiva) a I giorni del Carpaccio dell’Epitomatore e Fernando Prometeo Funari
- La desolazione che vige in Viterbe
- In Francia esiste realmente una cittadina chiamata Viterbe
- Li mortacci non è solo un’imprecazione ma anche una rubrica radiofonica
- Le fantastiche avventure dell’Inutile speleologo
E tanto altro ancora… e se qualcuno vuole sapere che ho fatto in questi ultimi 15 giorni, mi è partita la connessione a Viterbe, sono stato a Messina e ho avuto IRRIMEDIABILMENTE da fare.
Non ci posso fare niente, ma entro in visibilio quando mi ritrovo a vedere sul tubo Paola & Chiara e Meneguzzi che cantano in spagnolo o inglese. E’ più forte di me.
I delatori (ma anche non necessariamente solo loro) si chiederanno com’è possibile che canzoni così idiote abbiano tanto successo all’estero. Io rispondo che un paio d’anni fa siamo usciti pazzi con le Las Ketchup cantanti un brano intitolato Asereje, che non significa ASSOLUTAMENTE NIENTE.
Tutti quanti la sera del tre… menomale che Silvio c’è!

*Upgrade: E non solo! Silviuccio arriva in compagnia dei ministri Altero Matteoli e Giorgia Meloni; di Gasparri e Cicchitto; dei sottosegretari Brambilla, Crosetto e Giachino del presidente della Regione Piero Marrazzo con l’assessore Cappotelli, di Nuccio Fava e Letizia Marchetti. Ma soprattutto di Anna Falchi.
Grazie alla preziosissima segnalazione di Maryl.G (d’altronde co sto nome…), ecco un’espressione TOPIca dell’amore verso un cartone animato.
Vietato ai minori di 18 anni qui.
E’ possibilissimo che la mia mente non sia talmente aperta da capire l’arte contemporanea. Non so se sia un bene o un male rimanere fermo al neoclassico, credendo che ciò che di artistico fu prodotto dopo i primi del Novecento sia solo frutto di turbe psichiche di pseudo artisti patologicamente afflitti da deliri di onnipotenza (io so’ l’artista voi non siete un cazzo).
Fattostà che sabato scorso bel bello andai alla GNAM, che per i profani potrebbe essere l’ennesima porchetteria, mentre per quelli un po’ più colti è la Galleria Nazionale di Arte Moderna e contemporanea di Roma. Certo, potevo andare a vedere Correggio a Galleria Borghese, tanto è sempre in zona, ma ho creduto che per sfatare i miti del’inutilità dell’arte contemporanea sarebbe stato opportuno almeno una volta nella vita provare l’ebrezza dell’arte del novecento in forma musealizzata.
La Galleria si sviluppa in due piani di esposizione stabile, al pian terreno il XIX secolo e al primo il XX, e in un mezzanino per le esposizioni temporanee. Uno come me, per digerire meglio la pillola, è ben contento di iniziare dalle opere degli inizi dell’Ottocento. Già, peccato che le sale del primo Ottocento erano misteriosamente chiuse, tanto per perdersi Canova, Tenerani, Lega, Duprè, Hayez, Appiani, Morelli. Fanniente.
Si prosegue, anzi, si inizia quindi con le prime opere di Mario Schifano (qui di finaco una sua opera di cui ho rimosso pure il titolo), a cui in questi giorni è dedicata una mostra. E subito le prime perplessità: non capisco. Non capisco cosa c’entrano fotomontaggi di vescovi misti a vagine, colori buttati qua e là su una tela a rappresentare non so cosa, varie placche di plexiglas colorato che coprono porzioni di dipinti (se così si possono chiamare).
Ritorno alla ‘normalità’, vado al secondo Ottocento e lì resto stupito. Già quando andai a Parigi ed ebbi modo di vistare l’Orsay e il Louvre e rivalutai le arti visive di quel periodo, che tanto avevo sottovalutato studiandole solo su libri e diapositive. La perizia delle tecniche, la precisione dei dettagli, le sensazioni emanate dai quadri e dalle sculture penetravano nella mia testolina medievale. Alla GNAM scopro tanti artisti che non conoscevo, tristemente messi in secondo piano nei libri di storia dell’arte contemporanea, tante belle opere. Peccato che molte, delle principali, sono in mostre su e giù per il mondo. Ma va bene lo stesso.
Poi, prima di salire al XX secolo, ecco Sartorio: (qui di fianco Gorgone e gli eroi) e lì soddisfazione e appagamento, prima della tempesta.
Il temibile e incomprensibile XX secolo è davanti a me, che mi sfida ad un certame di finezza mentale.
Vado a cercare Klimt, c’è Le tre età, un capolavoro: surprise! sta fuori in mostra! Continuo, incazzato, il mio giro, e trovo opinabile il metodo espositivo: non c’è un percorso ben definito, se non si intuisce il verso giusto ove procedere si può fare un salto temporale e stilistico notevole; ciò era pure al pian terreno, ma non così netto come al superiore, forse per le troppe differenze stilistiche tra i troppi stili del Novecento.
Bellissimi De Chirico, Manzù, Guttuso, Balla, Boccioni e le opere del Ventennio, ma anche Pollock, Fontana e Burri, molto più vicini temporalmente a noi. Peccato però che la stragrande maggioranza delle opere principali sono in prestito per mostre, come Klimt, da Castiglioncello del Lago a Mosca, da Spoleto a Boston, e via dicendo.
E finalmente si arriva alle opere della seconda metà del Novecento, quelle astratte, postcubiste, del tutto incomprensibili, che già non capii al Pompidou: colori lanciati qua e là, tele monocromo, sculture senza capo nè verso: i must sono sicuramente Primo piano labbra di Pascali, una tela interamente dipinta di blu cobalto e una specie di scultura consistente in un foglio di plastica flesso con i due lati lunghi che si congiungono (il titolo di questa mi pare che fosse Estroflessioni di paraflessioni di non-so-cosa). In poche parole opere inutili, fredde, significative solo a chi le ha fatte (termini come dipinte o scolpite o applicate non sono utilizzabili.) Una porcheria assurda insomma.
E per finire in bellezza alcune opere di Schifano nel mezzanino. Un solo commento, quello fatto dal mio compagno di visita: “A Guì, ma quanto so’ valutate ste du croste?!”
Congratulescion a Michela, qui immortalata con me a fare una delle tante cose che ci accomuna: ALCOOLIZZARCI.







